“Per crescere bisogna superare la propria siamesità”

Una scena di "Indivisibili", di Edoardo De Angelis
Una scena di "Indivisibili", di Edoardo De Angelis

“Io, tu, noi, indivisibili”. Questo è il ritornello del cavallo di battaglia di Dasy e Viola, due sorelle che grazie al loro canto sfamano la propria famiglia, nonché le protagoniste dell’ultimo film di Edoardo De Angelis. Le due ragazze sono gemelle siamesi: più indivisibili di così non si può. “Indivisibili” è stato accolto positivamente alla Mostra del Cinema Di Venezia e al Toronto Film Festival e dal 29 settembre è nelle sale cinematografiche italiane. Il regista italiano ha presentato a Londra il suo ultimo film in occasione del BFI London Film Festival.

Una scena di "Indivisibili", di Edoardo De Angelis

Una scena di “Indivisibili”, di Edoardo De Angelis

Fra tutti i film visti finora al London Film Festival, Indivisibili è l’unico che ha ricevuto un applauso finora. Ciò vuol dire che gli applausi arrivano solo se meritati veramente.

Sì me lo avevano detto, invece ieri ho visto un’accoglienza e un calore normali, mi è sembrato straordinario per Londra (ride, ndr). Quello che mi piace vedere che succede con questo film è che i momenti che sono pensati per essere emotivi hanno lo stesso effetto qui (a Londra) come a Napoli o a Toronto.

Da dov’è nata l’idea di una storia di due gemelle siamesi?
Nasce come un desiderio di costruire un racconto sulla separazione e sul dolore che comporta. Tutto ruotava intorno al pensiero che a volte per crescere bisogna farsi del male, separarsi da un pezzo di se stessi, non soltanto da un familiare, da un caro, da un amico, da un innamorato, ma anche da se stessi. Però avevo un desiderio filosofico, quindi quando ho incontrato lo sceneggiatore Nicola Guaglianone che mi ha raccontato la suggestione di due gemelli siamesi cantanti che danno da vivere col loro canto a tutta la famiglia, questa mi è sembrata l’immagine adatta e sintetica per raccontare questo sentimento.

Il rischio era di far apparire le due protagoniste, Dasy e Viola, come dei mostri. Invece i mostri sembrano tutti i personaggi che ruotano intorno a loro.
Questo era il nostro ragionamento di base: voler ribaltare una percezione estetica di primo impatto, che era quella della repulsione. Però cercavo una sorta di equilibrio tra attrazione e repulsione, perciò le ho cercate con un bel volto e con una bella voce. Mi sembra che tutte le cose importanti che ci riguardino in realtà siano caratterizzate sia dall’elemento dell’attrazione sia della repulsione. Il bello e il brutto, il vecchio e il nuovo. Sono elementi il cui contrasto ci racconta com’è realmente la vita.

Le due gemelle rifuggono i riflettori, al contrario dei loro coetanei che cercano la popolarità a tutti i costi. A chi ti sei ispirato per creare questi personaggi?
Fisicamente sono ispirate a Daisy e Violet Hilton, infatti portano il loro nome. Sono le due gemelle siamesi di origine inglese che agli inizi del 900′ facevano parte del circo Barnum e finirono anche nel film Freaks di Tod Browning del 1932. Erano anche loro due fenomeni da baraccone. Mi ha affascinato l’idea di questo parallelismo. Tutto sommato il circo Barnum di allora non era poi molto diverso dai reality show di oggi. Loro sono sottoposte a questa sorta di perenne reality show ed è da quello che vogliono fuggire. Fanno una scelta forse controcorrente rispetto a tante loro coetanee. Decidono di eclissarsi perché fuori dai riflettori capiscono che solo lì possono trovare la propria identità. A volte la luce brucia e non fa vedere i contorni. A volte c’è bisogno di un po’ di oscurità per capire bene.

Le due attrici hanno dovuto affrontare una preparazione fisica e psicologica particolare per questo tipo di ruolo?
Io lavoro molto sul fisico e sul corpo. Lavorando sulla sofferenza, la fatica, la compresenza fisica il risultato è che i pensieri si sprigionano. Non amo molto parlare di filosofia agli attori, preferisco che loro facciano le cose e le sentano sul proprio corpo, e che questo generi i pensieri. Allora quelli sono pensieri buoni perché nascono dall’azione e dal gesto. Questo mi è necessario perché anche in scena si percepisca questa priorità. L’urgenza del gesto è molto più pressante di quella del pensiero.

Questo è il tuo terzo film che hai ambientato nella tua regione, la Campania, stavolta però spostandoti verso Castel Volturno. Come hai deciso di rappresentare la tua terra? C’è un giusto equilibrio tra amore e odio?
Raccontare la mia terra non nasce da un desiderio di mostrarla o di farla conoscere, non è come dire un desiderio geografico. E’ più legato al fatto che conoscendo profondamente quei luoghi io da quei luoghi posso trarre un distillato universale che può essere percepito ovunque. Qual è questo distillato universale? Il rapporto che l’uomo ha con la terra che per chi proviene dalla terra è sempre un rapporto di amore e poi successivamente di violenza, efferatezza e odio spesso ingiustificato. Castel Volturno è un emblema di questa relazione tra l’uomo e la terra, così controversa, perché è una terra che ha conosciuto la bellezza. Oggi si presenta si presenta con delle cicatrici, come un simulacro vuoto di questa bellezza che ormai è andata. Queste cicatrici però sono state inferte dall’uomo. Lo stesso uomo che oggi vuole ricostruire. Nella prima sequenza del film in mezzo alle bufale morenti ed ai roghi, metto una betoniera perché voglio raccontare il desiderio di quegli uomini e di quelle donne di non arrestare il processo di ricostruzione. Purtroppo il rovescio della medaglia è che anche il processo di distruzione non si arresta. Quindi è una lotta continua da parte di chi vive per sopravvivere.

Nel film le varie forme di religiosità si confondono con il magico e la superstizione. Come hai deciso di rappresentare la religiosità?

Credo che la religione sia il tema che oggi sostituisce quello che nel cinema italiano degli anni ’60 era la politica. Oggi noi ci poniamo molto la questione della religione perché proveniamo da venti anni culturalmente molto bui. Oggi in Italia cerchiamo di ricostruire una forma di etica e di capire chi siamo e come si vive, come vogliamo stare al mondo. Il riferimento etico negli ultimi venti anni è stato completamente spazzato via e relativizzato. Abbiamo avuto esempi di etica completamente ribaltata rispetto a quelli che sono i valori della famiglia e dell’onestà  sociale. Quindi oggi ci chiediamo dove vogliamo andare, ma prima di fare questo ci domandiamo chi vogliamo essere. Il rischio di rivolgersi alla religione è che queste domande seguano risposte pericolose e folli. Allora in queste macerie di finti miracoli e di finte religioni, a me invece è piaciuto immaginare una dimensione pulita, di due ragazze che oggi stanno crescendo e non vogliono tutto questo, vogliono una linea dritta della propria esistenza, fondata su dei principi universali, però da rispettare sempre, che non vengano messi in discussione mai.

La musica gioca un ruolo da protagonista. Come hai scelto le musiche, oltre ai brani di Enzo Avitabile, e come definiresti il genere cantato da Dasy e Viola? Neomelodico sembra ormai un genere che ha assunto un’accezione negativa.

In questo film la musica sta su tre livelli. C’è il livello diegetico e sono le canzoni che le ragazze cantano. Le prime due canzoni che cantano, “Indivisibili” e “Drin drin” sono composte da Riccardo Ceres, un musicista che lavora sempre con me. L’ultima canzone, quella che il padre considera il suo capolavoro, “Tutt’e ugual song ‘e criature”, è invece una canzone di Enzo Avitabile. Mi piaceva l’idea di raccontare questo padre che si considera un poeta, ma che è costretto ad andare incontro ai gusti del suo pubblico e quindi cantare canzoni legate al cellulare. Però lui sta covando segretamente la composizione del suo capolavoro. Definire neomelodico questo genere è estremamente relativo. Io conosco molto bene quel mondo e tante volte ti ritrovi a commuoverti per dei versi di canzoni sgrammaticate perché quei poeti non conoscono la grammatica italiana, però conoscono molto bene il sentimento popolare e sono gli unici ad esprimerlo in maniera così immediata. Ed è per questo che Napoli è autarchica culturalmente: produce e consuma i suoi divi, ma li idolatra come se fossero divi internazionali. Questo è quello che vediamo succedere in “Indivisibili”. In loro poi c’è l’aggravante della particolarità fisica che le rende delle figure anche mistiche. Poi c’è il livello della colonna sonora originale. Enzo Avitabile è un grande artista che conosco molto bene da sempre. Jonathan Demme tre anni fa ha deciso di dedicare un documentario a questo grande artista, Enzo Avitabile Music Life. Mi ha sempre fatto sorridere e inorgoglito che un regista americano si fosse interessato ad Enzo Avitabile. La sua è una musica che arriva dritta ai sentimenti. Infatti abbiamo lavorato su due elementi fondamentali: le botti e gli strumenti a fiato. I ritmi che si sentono sono delle percussioni ottenute dalla percussione delle botti di vino. E’ una tradizione millenaria di un paese in provincia di Caserta che si usava per propiziare il raccolto ogni anno. Il suono sulle botti rappresenta una sorta di approccio terreno alla musica. L’elemento più etereo, che rimanda a qualcosa che non è qui e non è ora, è rappresentato dagli strumenti a fiato. Poi c’è un terzo livello di musica che non è udibile. Quando preparavo le scene facevo propagare dalle casse i ritmi dei bottari perché ogni scena ha un suo ritmo e un suo tempo. Gli attori si sono sempre accordati su questo ritmo e su questo tempo e quando poi iniziavo a girare toglievo la musica e loro ce l’avevano in mente. In ogni scena c’è un ritmo che non senti con l’orecchio, ma è presente.

 

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