Alaska, la ricerca disperata di lampi di perfezione

The Beginners_Alaska

“Se questo film ti ha colpito ed emozionato, come mi hai detto, vuol dire che hai un temperamento vicino a quello dei due protagonisiti e puoi credere nel film perchè parla di cose che possono succedere a tutti”, spiega Claudio Cupellini, regista di Alaska (The Beginners in inglese), uno dei nove film proiettati al Ciné Lumière a Londra, in occasione della sesta edizione della rassegna cinematografica Cinema Made in Italy.

Cupellini, che ha già all’attivo tre film, tra cui Una vita tranquilla con Toni Servillo, spiega che la storia è romanzata, ma in essa ha proiettato tutte le esperienze che ha vissuto e che ha visto.

In Alaska si incontrano le vite di Fausto, un cameriere italiano a Parigi e interpretato da uno strepitoso – come sempre – Elio Germano, arrestato e incarcerato mentre cerca di stupire Nadine (la spagnola Àstrid Bergès-Frisbey), una giovane aspirante modella francese. Scontati i due anni di prigione, i due ragazzi cercano di vivere il loro amore a Milano, dove Fausto intraprende insieme al nuovo amico Sandro l’avventura della discoteca Alaska, ma vengono a scontrarsi con la violenza della vita e con le proprie ambizioni.

Il titolo originale è Alaska, ma in inglese è The Beginners (I principianti). Fausto e Nadine sono i principianti? Perchè?

I principianti o The Beginners è stato un titolo di lavorazione usato anche in Italia mentre scrivevamo il film. Il titolo in inglese suona bene, e anche in francese lo sarebbe (Les dèbutants), ma in italiano non era preciso. Ci sono commedie come Immaturi o I Laureati che non appartengono a questo tipo di film e non volevamo essere fraintesi. Alaska, che è il nome del locale, è il motore della storia e lo strumento della ricchezza iniziale di Fausto. Inoltre la parola Alaska mi ricorda le avventure dei cercatori d’oro nell’800: se ti andava bene diventavi ricco, se ti andava male morivi nei ghiacci. La sfida che vivono i due protagonisti ha quel sapore, quello di una scommessa che li porta quasi a soccombere.

Fausto e Nadine sono principianti assoluti nei confronti della vita e dei sentimenti. Sono acerbi e passano attraverso una serie di errori che fanno i principianti, quelli che non sanno maneggiare con cura l’oggetto del loro desiderio, che in questo caso è l’amore.

Quali riferimenti cinematografici e letterari sono presenti nel fim?

Di riferimenti cinematografici ce ne sono sempre molti in un film. Il cinema che mi ha formato è il cinema americano ‘arrabbiato’ degli anni ’70: Malick, Scorsese, De Palma, Coppola. Lo stesso Peckinpah negli anni ’70 faceva film meravigliosi, duri e violenti, ma sempre molto sentimentali, e questo è il cinema che amo.

Truffaut e la Novelle Vague invece mi ha formato per quanto riguarda la parte sentimentale. Qualcuno ha riconosciuto in una scena del mio ultimo film un omaggio a La Signora della Porta Accanto di Truffaut.

Una scintilla mi è arrivata da una canzone, nonchè disco, di Bob Dylan, Tangled Up in Blue, dove si racconta una storia di amore che è una specie di turbine. Sono sicuro che ascoltandola stavo pensando al film che dovevo scrivere.

Inoltre a posteriori mi è risuonato Il Grande Gatsby di Fitzgerald, proprio perchè Gatsby decide di diventare ricco per riconquistare la donna che amava e aveva perso andando in guerra.

Non c’è nessun riferimento alla famiglia, nè a quella dei due innamorati nè a quella di Sandro.

Una Vita Tranquilla raccontava di un legame difficile tra padre e figlio, che probabilmente sarà una cosa che tornerà nei prossimi film che farò.

Nonostante io sia legato al concetto di famiglia nei racconti, volevo che in questo film ci fossero due orfani, due persone che sono al mondo totalmente sole. Questo l’ho fatto intenzionalmente perchè aumentava esponenzialmente la loro fragilità e li lasciava senza appigli. Fausto all’inizio è solo in una terra straniera, non ha nessuno.

Credo che questa forma di solitudine sia la più fertile per creare una grande storia d’amore, anche se Shakespeare potrebbe dirmi il contrario, affermando di aver costruito una storia d’amore intorno a due famiglie.

Da dove nasce la violenza sia fisica sia verbale sempre presente nel film?

Viviamo in un mondo estremamente violento che fa sì che siamo immersi nella violenza, a volte subendola, altre volte esercitandola. A volte ci si deve proteggere per non doverla subire, ma il che non significa diventare aggressivi.

All’inizio del film Fausto ha l’idea quasi fanciullesca di diventare un maître d’hotel e un giorno di aprire un proprio ristorante. Subito dopo gli capita di vedere per la prima volta come il potere e la ricchezza possano essere violenti ed annichilirti ed è costretto poi lui stesso ad esercitare la violenza e di nuovo a subirla con il carcere.

Fausto è un giovane cameriere che cerca di “sfondare” a Parigi. Perchè hai scelto la capitale francese e non ad esempio Londra o un’altra città con forte presenza di italiani?

Avrei potuto scegliere Londra o ad esempio Tokyo o Hong Kong. Mi serviva come pretesto narrativo perchè dovevo parlare di una città che fosse capitale della moda. Forse ora Londra è più importante anche di Parigi e Milano per la moda, ma credo che l’inclinazione verso la Francia abbia a che fare con storie familiari. Mio nonnno era per metà francese, parte della mia famiglia ha vissuto in Francia, conosco il francese ed è un mondo che conosco meglio.

Che ruolo ha la lingua, a volte italiano, a volte francese, a volte un misto, nella storia tra i due amanti?

All’inizio della storia, sempre per aumentare la fragilità e la solitudine, ho messo Fausto in un Paese che non è il suo e dove quindi non può usare la propria lingua. La stessa cosa succederà a Nadine, anche se non lo raccontiamo precisamente. Quando si trasferiscono a Milano e Nadine si ritrova senza più niente dopo un incidente, diventa anche lei orfana in un Paese straniero.

Da un punto di vista sentimentale la lingua mi serviva così, perchè ho conosciuto, come molte altre persone, cosa significa stare in un posto in cui la lingua può essere uno strumento per avvicinarti, un codice segreto; poi perchè mi piaceva questa idea di naturalezza. Ci sono parole che appartengono di più all’amore, altre alla rabbia e usi questa specie di gran meló che è vivo e appartiene a molte coppie moderne.

Il mondo è diventato più piccolo perchè è più facile spostarsi, ma le lingue esistono, quindi usiamole per raccontare la realtà.

A cosa corrisponde l’idea di felicità in questo film?

I protagonisti cercano disperatamente un mondo in cui tutto va perfettamente bene e che quindi non è la felicità. La felicità invece per me sono degli squarci, dei lampi di perfezione che viviamo molto raramente, dove tutto è in armonia. I miei personaggi durante questo percorso si accorgono che possono raggiungere un bel sentimento di serenità. E’ giusto inseguire la felicità, ma secondo me è inafferrabile.

Che ruolo ha la musica nel film? Penso ad esempio alla scena del suicidio di Sandro che inizia e si chiude con una canzone.

Quella musica era già stata pensata in sceneggiatura, che è una cosa rarissima. Ero sicuro che avrebbe funzionato perchè gioca un bellissimo contrasto. La canzone (My world is empty without you delle Supremes, ndr) nelle parole esprime i sentimenti che prova Sandro, però allo stesso tempo è una canzone allegra ed orecchiabile, quasi adolescenziale. Questo contrasto, nel momento più duro e drammatico del film, riesce a rendere ancora più forte la scena.

Sono sempre comunque molto attento alle musiche che scelgo perchè la mia prima passione, ancor prima del cinema, è stata la musica. Fin da ragazzino sono stato un ladro e collezionista di dischi. Li rubavo e li vendevo e rubavo i soldi per comprarli.

Com’è stato girare in un carcere?
È stato molto duro perchè vivi un’atmosfera difficile. Avevamo a disposizione delle celle e dei corridoi, ma nelle celle a fianco c’erano i carcerati veri. Alla mattina entri e lasci il cellulare e tutte le cose che hai, ma poi sai che esci.

Inoltre una troupe è composta da uomini e donne e all’improvviso detenuti che sono costretti a vivere in un certo modo per anni vedevano passare oltre alle sbarre anche delle donne che non sono più abituati a vedere. Allo stesso tempo il carcere ti insegnava molto perchè quando potevi parlare coi carcerati qualche minuto scoprivi mondi che mai ti saresti aspettato.

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