Jeeg Robot di Mainetti è l’eroe delle periferie

Claudio Santamaria in Lo chiamavano Jeeg Robot
Claudio Santamaria in Lo chiamavano Jeeg Robot photo Emanuela Scarpa @catania.livesicilia.it

Non la prendano a male gli altri film in lista, ma la punta di diamante del festival Cinema Made in Italy di quest’anno è l’antieroe di borgata di Gabriele Mainetti, “Lo chiamavano Jeeg Robot”.

Acclamato dalla critica e dal pubblico, l’incredibile Hiroshi Shiba di Tor Bella Monaca porta a casa un vero e proprio sold out lo scorso 13 marzo, (con tanto di coda per l’ultimo biglietto disponibile) presso il Cinema Lumière all’Istituto Francese a Londra.

Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un emarginato di borgata che vive di piccoli furti per sbarcare il lunario e che si ritrova suo malgrado a ricoprire il ruolo di supereroe, senza calzamaglia ma con le scarpe di camoscio.

La bella da salvare, ma che in realtà salverà lui dalla solitudine emotiva mostrandogli ciò che c’è di più vicino all’amore, è Alessia (Ilenia Pastorelli): una ‘ragazza interrotta’ che vive nel suo mondo immaginario fatto di innocenza violata e personaggi dell’omonimo cartone animato giapponese.

A loro si contrappone lo Zingaro (Luca Marinelli) il villain jokeriano con mascara e lustrini, appassionato di musica italiana anni’80 e ossessionato dalla ‘svolta’ che la società dei reality show promette e non sempre mantiene.

Una platea giovane, ma non solo, per questo film che a detta stessa del suo regista è “ ’na cifra pop”.

Jeeg Robot è volato fino a Londra, tra ottime critiche e tanti sostenitori sul web, grazie all’hastag #supportaJeeg. Vi aspettavate questo successo?

Sono molto felice che ci sia una tale partecipazione. Non mi aspettavo un pubblico così vasto, perché non ero convinto che potesse essere accolto così trasversalmente. Pensavamo di fare un film generazionale e invece è stato amato sia dal bambino che dall’adulto. Senza dubbio viene raccontata una generazione, ma si fa in modo trasversale perché la generazione descritta è un mezzo per poter colorare questo film.

La stampa italiana di settore e meno ha definito questo il primo film italiano di ‘genere’. Qual è l’idea alla base del vostro progetto, al di là di ogni definizione critica?

Il fine di questo film è semplice, raccontare l’arco di trasformazione del protagonista, un uomo piegato su se stesso, che a un certo punto alza la testa, grazie all’aiuto di una donna e scoprirà gli altri, verso cui lui si lancerà.

Su alcuni siti si parla di una possibile serie tv su Jeeg Robot o un sequel. Quanto sono affidabili queste indiscrezioni?

Non è vero che vogliamo fare una serie tv. Per quanto riguarda il sequel ci stiamo pensando, perché ovviamente ci fa piacere questo amore e questa richiesta sui social. Non nascondo che ci siamo seduti a pensare come poterlo continuare a chiamare Jeeg Robot. Quello che viene fuori è difficile. Solamente se riusciremo a trovare un conflitto morale molto forte e un antagonista che serva a crearlo, lo potremo fare.

Uno dei protagonisti del film è anche Roma, o meglio la romanità. Enzo Ceccotti in fondo è il primo supereroe romano, prima ancora che italiano.

Si, ma il film non è romano-centrico, per niente. Questo personaggio poteva essere legato a ogni periferia di una metropoli. Io sono romano e non potevo che ambientarlo nella mia città, quella che conosco. C’è amore e odio per Roma in tutto il mio cinema. “Basette” (il primo lungometraggio) è ambientato a Tor Bella Monaca, mentre “Tiger Boy” a Centocelle e Tor Pignattara. In questo film c’è la Roma del centro, la Roma periferica e la Roma tifosa.

Il climax dell’azione, quel “giorno delle tenebre” tanto temuto da Alessia, infatti, si svolge proprio con l’attentato-bomba allo stadio Olimpico. I fatti di cronaca hanno in qualche modo influito sulla scelta?

L’idea della bomba c’è sempre stata, inizialmente pensavamo di farla alla stazione Termini, poi abbiamo pensato di inserire un altro elemento pop e lo stadio della città durante la partita del derby Roma-Lazio ne è l’emblema.

Il nostro Hiroshi Shiba, alias Ezio Ceccotti, è stato rappresentato dallo spettacolare Claudio Santamaria. È vero che ha dovuto superare vari provini prima di convincerti?

Claudio è un mio caro amico. Onestamente avevo paura che fosse inafferrabile e quindi ho avuto qualche riserva all’inizio.
So che lui ha sempre amato questo lavoro, ma questo amore lo faceva soffrire tanto, per cui spesso si allontanava e non volevo che accadesse per Jeeg Robot. Oggi ti dico che è stato il più grande supereroe di questo film, gli ho fatto molti provini ma mi ha dimostrato un amore estremo. Ricordo ancora quando gli dissi che poteva avere la parte solo a patto che prendesse 20 chili. Dopo due settimane mi invita a casa sua e lo ritrovo con sei chili in più. Ho visto l’impegno, mi sono seduto e gli ho detto: “Clà, cento, devi arrivare a cento.” Lui: “No famo 95.” “No devi arrivare a cento, devi cambiare, devi trovare il peso del personaggio.” È stata una scelta perfetta.

La Roma di periferia e borgata fa eco marginalmente alle serie di successo come ‘Romanzo Criminale’ o ‘Gomorra’. Avete mai temuto il paragone con questi precedenti televisivi?

Io credo che esista una televisione prima e dopo Stefano Sollima (il regista di ‘Romanzo Criminale, ndr). Stefano ha fatto un lavoro incredibile, ha raccontato in modo nuovo e interessante un genere, rifiutando la modalità nostalgica o imitativa. Noi volevamo raccontare più le fragilità della criminalità. Per noi la cosa importante sono i personaggi, non vogliamo raccontare i coatti o delinquenti di Roma. Ci diverte che un delinquente romano possa essere vittima della società dello spettacolo, cosi come fa lo Zingaro.

Per creare il personaggio del cattivo ti rifai alle icone della cultura pop italiana anni ‘80, pensiamo alla somiglianza con Anna Oxa, ma lo Zingaro è anche un criminale figlio della follia del suo tempo.

Per il ruolo di Luca Marinelli, che è un giovane attore bravissimo, abbiamo lavorato su un personaggio che si rifà alle immagini della cultura italiana pop anni ’80, ma con una profonda consapevolezza della contemporaneità. Lo Zingaro è un ragazzo di oggi, incastrato sul suo iPhone, alla ricerca di visualizzazioni su YouTube, vittima del sistema dello spettacolo e della tv. Questo immaginario pop però è un mezzo, non è il fine. Serve per raccontare quei personaggi e per renderli anche più divertenti. Il percorso è il classico viaggio dell’eroe.

Come nel tuo precedente corto, ‘Tiger Boy’, nel film torna una tematica sociale molto delicata, la pedofilia e la violenza sessuale sui minori. Perché hai scelto di inserire questo tema?

Perché forse ce la portiamo dietro da Tiger Boy. Anche lì è stato un caso, siamo stati contattati da una società di produzione che voleva realizzare cortometraggi sul sociale. Abbiamo istintivamente scelto la pedofilia e l’abbiamo raccontata a modo nostro. Questa cosa ce la siamo portata appresso e l’abbiamo messa dentro il personaggio di Alessia. Nel percorso di ricerca certe cose ti restano dentro e le abbiamo portate anche in questo film.

Sei anche un compositore, insieme a Michele Braga delle musiche di Jeeg Robot. Quanto influisce la musica nella creazione dei tuoi film?

Zero, completamente inesistente. A parte quando usi la tecnica del needle drop, di cui Scorsese è un maestro. In questo caso certo devi sapere che canzone userai, come nel caso di “Non sono una signora” della Berté o di “Ti stringerò” di Nada. Di solito ho un’idea musicale, poi cerco di fare il film nel modo classico e si affida al compositore il compito di curare le musiche, collaborando insieme. Il film è una realtà polimorfa che continua a cambiare nelle fasi di produzione.

L’idea di questo film è nata nel 2010, lo hai dovuto produrre da solo e hai combattuto tenacemente per trovare investitori. Molti ragazzi italiani emigrano all’estero per inseguire i loro sogni. Dal tuo punto di vista: Italia si o Italia no?

L’Italia è un paese che ha molta paura e che guarda all’indietro. Però è un paese che sa premiarti quando hai davvero coraggio. Gli italiani quando sanno che stai parlando a loro ti guardano, sono meno stupidi di come vogliono farli passare. C’è una resistenza in certi settori, come quello del cinema. Il mio film ha fatto ottimi risultati e spettatori, ma credo che non sia necessario essere per forza essere dei pionieri per fare cinema.

È un paese faticoso, dove spesso persone che valgono meno riescono a prendere posti di gente che è più che sufficiente ma non necessariamente eccellente, e questo è quello che nel mio paese mi fa davvero arrabbiare. Siamo una squadra, non puoi puntare solo su Totti che segna sempre. Se tu a Totti gli metti mezze tacche accanto, anche lui fa fatica a fare goal.

 

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