Con ‘Assolo’ Laura Morante esorta le donne a cantare da sole

Assolo
Assolo

La nuova stagione di CinemaItaliaUK è stata inaugurata con Assolo, scritto e diretto da Laura Morante e Daniele Costantini. Laura Morante era a Londra alla proiezione del film al Regent Street Cinema per raccontare la sua seconda esperienza da regista.

Com’è nato il film?

In realtà non lo ricordo bene più nemmeno io. C’è stata subito l’idea di questa donna fragile e con un grande problema di autostima, però siamo andati in diverse direzioni. Per esempio inizialmente avevamo pensato di farne una compratrice compulsiva. Abbiamo incominciato ad accumulare molto materiale, ma era difficile fare stare il film insieme e non sapevamo come dargli omogeneità. Una volta che la matassa si è sbrogliata, la stesura della sceneggiatura è avvenuta abbastanza semplicemente.

Il titolo è Assolo, ma sembra più un film corale che va verso l’assolo.

L’idea è proprio questa, ossia che il film tende verso un assolo. Fin dalla seconda scena in cui Flavia (la protagonista femminile che Laura Morante interpreta, ndr) racconta all’analista il sogno in cui lei canta in un coro e poi si ritrova a cantare sola, comincia a stonare e non è più capace di cantare, sappiamo che questo è uno dei problemi centrali della sua vita. Tutto il film va verso un assolo, ma c’è un finale onirico quindi non sappiamo se è reale o no. Se non altro il personaggio è in grado di sognare: magari non è realtà, ma è un sogno finalmente luminoso e positivo nel quale c’è lei.

Usando l’immagine dell’assolo, come si fa ad accettare che la propria voce canti bene anche da sola?

Non è questione di cantare meglio, ma di osare farlo. Il problema di Flavia è un problema di autostima e quindi lei non si sente in grado di farlo, ma come tutti noi lo è. Magari non canterà in modo perfetto, ma nessuno è perfetto. E’ quello che le dice l’analista: le scoperte che lei va facendo sulle persone che le stanno intorno avrebbe potuto farle anche quindici anni prima, ma evidentemente solo alla fine è arrivata a prender coscienza che tutte queste persone hanno un problema e che quindi lei può osare cantare tanto quanto un’altra. Il problema è accettare di non essere perfetti e questo lo si vede anche coi cosiddetti flashbacks che poi sono dei ritorni al passato arbitrari, sono delle costruzioni del passato che lei fa anche in modo paradossale, scherzoso, ma  attraverso la psicoanalisi. Noi vediamo che il problema esiste da sempre. Quando all’uscita del liceo l’amica di Flavia le confessa di essere stata a letto col suo fidanzato e lei reagisce dicendo di non prendersela visto che stavano insieme da meno di un anno, si capisce che non è una reazione normale. Lei non osa nemmeno affrontare l’antagonismo, la rivalità e si mette sempre in una posizione subalterna.

Secondo lei perché è più difficile per le donne rispetto che agli uomini affrontare il passaggio di età?

Le donne si sentono meno soggetti, storicamente e socialmente per una serie di retaggi culturali. Si vivono più come oggetti. Io ricordo quando già parecchi anni fa i giornalisti la prima domanda che mi facevano, anche le donne, era: ‘Allora, sta per avere 40, 45, 50 anni, come la prende?’. L’età non fa altro che aumentare, ad un certo punto mi lasceranno in pace, ma ti pongono immediatamente questo genere di questioni. Non credo che succeda la stessa cosa con gli uomini. Allora io ogni volta rispondo: ‘Ma quando io avrò 70 anni mi negheranno il biglietto del  museo, non potrò più sedermi al sole in una bella giornata, non potrò più prendere un aperitivo in un bar, non potrò più mangiare l’amatriciana?’ Finché mi restano tutte queste cose, mi pare che restino molti piaceri da godere in quanto soggetto. In quanto oggetto magari non si voltano a guardarmi, ma se ne può fare a meno. A tutti noi piace essere amati ed ammirati, però che addirittura questo debba costituire il 100% del nostro piacere di vivere mi sembra assurdo. Il piacere di vivere è fatto anche di tutto quello che noi possiamo ancora godere in quanto soggetti. Se come oggetto l’invecchiamento è una mezza tragedia, come soggetto finché uno è in salute la vita dovrebbe valere la pena di essere vissuta. Col fatto che culturalmente le donne hanno questa terribile pressione, sembra che una volta che finisce la loro appetibilità in quanto oggetto si annienti tutto. Questo sarebbe un tema su cui dibattere e ci vorrebbe una nuova ondata di femminismo, magari con caratteristiche non identiche a quello degli anni ’70, che, sebbene con tutti i suoi eccessi, è stato molto importante. Le lotte femministe in Italia piano piano sono state travolte ad esempio gli anni terribili del berlusconismo dove la figura femminile ha subito un vero oltraggio di cui portiamo ancora le ferite. Senza una presa di coscienza è difficile uscirne.

Nel film vengono affrontati alcuni temi legati alla sessualità e in particolare all’autoerotismo. Che percezione ha la donna in Italia dell’autoerotismo secondo lei?

Non lo so perché non sono una sociologa, ma a me ovviamente divertiva scherzare anche su questo. Chiaro che l’autonomia di una donna passa anche attraverso l’appagamento sessuale e dalla capacità di provvedere in una certa misura ai bisogni sessuali. L’uomo pratica l’onanismo senza complessi da sempre, per la donna è un po’ più un tabù, non tanto come Flavia, che è un caso estremo. Questa pratica è meno accettata, ma dovrebbe essere naturale così come lo è per l’uomo. Il che non vuol dire che praticare l’autoerotismo elimini il bisogno dell’atto. E’ chiaro che i propri bisogni vengono conservati. L’autoerotismo non può completamente escludere le implicazioni sentimentali e di rapporto con l’altro. Possono anche non esserci implicazioni sentimentali, ma comunque c’è una relazione, un rapporto. L’autoerotismo appaga un altro bisogno primario che le donne hanno quanto gli uomini. Nel film è trattato in maniera scherzosa, come molti temi, che possono essere anche drammatici, ma a me piaceva trattarli con leggerezza.

Lei ha lavorato con molti grandi registi, da Bertolucci a Moretti. C’è un consiglio dato da loro che lei porta con sé?

Non saprei dire quali consigli, ma penso che aver avuto la fortuna di lavorare con tanti bravi registi abbia lasciato qualche traccia. Non ho mai detto di voler essere regista, casomai nella scrittura ho fatto tanto ‘il negro’, così come si dice, ho lavorato per altri, ho sempre avuto una certa facilità nel costruire i dialoghi, quindi mi è successo che i registi mi chiedessero di rivedere i dialoghi. Quando ho fatto il mio primo film non volevo fare la regia. Avevamo venduto la sceneggiatura a un produttore francese e a un certo punto lui mi ha proposto di farlo io, ma non era previsto. A me piace scrivere quindi mi diverto a raccontare storie.

Come spettatrice quale genere di film predilige?

Ovviamente mi piace emozionarmi un po’, il che non vuol dire piangere. Piangere, ridere, essere sorpresa. Orson Welles, che oltre a regista di cinema era anche un regista di teatro e appassionato spettatore di teatro, diceva che il cinema rispetto al teatro è un cadavere nemmeno troppo fresco. Non è completamente falso. Il cinema, malgrado il suo essere cadavere, affinché resti vivo deve avere qualcosa di inatteso e sorprendente. Io come attrice sono molto attenta alla recitazione degli attori e molto spesso dissento da quello che in generale si pensa di loro. Ci sono attori molto acclamati che non amo per niente e non farò nomi! Non vado al cinema per vedere quanto uno è bravo, vado per provare un’emozione. Io sono molto appassionata di pittura e se vedo un quadro non guardo a come l’artista è bravo a fare le ombre, ma devo provare un’emozione di fronte all’opera. Giudico con questo criterio anche la recitazione degli attori e dei film, ma spesso non si giudica così. Sto leggendo un libro molto interessante, la biografia che scrive Jean Renoir, regista, sul padre Pierre-Auguste, pittore, e racconta la difficoltà che hanno avuto gli impressionisti ad essere apprezzati dai critici e dal pubblico. Quando un pittore amico di Renoir, che aveva anche comprato molti dei quadri degli impressionisti che nessuno voleva, li ha lasciati in eredità al Louvre, questo non li ha voluti e alla fine sono stati venduti negli Stati Uniti. Molti pensano che gli americani li abbiano presi e invece no, i francesi non li hanno proprio voluti, credevano che non valessero niente perché non si lasciavano portare dall’emozione nel giudicare il quadro, ma da una serie di criteri stabiliti. A quell’epoca c’erano pittori in auge, ricchi e famosi che ora non sappiamo più nemmeno chi siano. Ci sono voluti anni e anni perché si capisse il valore di quella pittura. Questo è un fenomeno che si ripete all’infinito. Ed è anche questa la crudeltà del cinema, che è anche una merce dalla quale ci si aspetta un successo immediato, cosa che nelle altre arti avviene raramente. E’ difficile che il cinema abbia una seconda chance. Con le opere letterarie, con i quadri, con la musica c’è una seconda chance. In questo senso è un mestiere crudele, ma siccome la parte del commercio è molto importante in questo mestiere, ci sia aspetta che i soldi investiti per il film tornino. Se non accade, perchè magari un film è troppo avanti rispetto ai gusti correnti, è un guaio e non è detto che quel film abbia una seconda possibilità.

Se le dicessero di scegliere fra il mestiere di attrice e quello di regista, quale dei due preferirebbe?

Come attrice se potessi scegliere farei pochissimo, farei solo le cose che mi interessano davvero, che non sono molte, magari anche a teatro. Mi diverte molto fare le letture e ne faccio spesso in giro per l’Italia, mi piace molto visto che amo la letteratura. Farei volentieri a meno di fare molti dei film che faccio, ma è il mio mestiere e devo mantenere una famiglia. Però fare un film da regista non è così semplice: per fare il primo film ci ho messo cinque anni! Ci è voluto molto tempo per montarlo, per il secondo ce ne è voluto meno, e speriamo che per il terzo ce ne voglia ancora meno! Poi mi va di raccontare le storie che mi stanno a cuore, non so se so fare la regista. Io racconto quello che vedo, nel senso di una visione personale che cerco di riprodurre con l’apporto tecnico di molte persone. Non so se sono un regista, non sono in grado di giudicare una sceneggiatura o un soggetto di un altro, devo avere una mia visione. Mi piacerebbe essere capace anche un regista ‘tecnico’, ma non mi sento ancora pronta.

 

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