Pierfrancesco Favino: ‘L’Italia non è Suburra. Ma fatichiamo ad accettare le regole’

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Pierfrancesco Favino in Suburra (photo Emanuela Scarpa)

Nel nuovo film di Stefano Sollima, Suburra, Pierfrancesco Favino interpreta l’onorevole Malgradi, un politico corrotto di secondo grado che nella sua corsa senza fine verso il potere porta lo spettatore nelle viscere e nei meccanismi oscuri di una Roma sul punto di affondare. Il potere politico e quello spirituale si intrecciano con la criminalità organizzata che governa una città avvolta nell’ orrore. Incontriamo Favino a poche ore dalla premiere a Curzon Cinema di Soho.

Hai interpretato spesso personaggi violenti (da ACAB a Romanzo Criminale). Com’è stato stavolta calarsi nei panni di un personaggio non particolarmente violento se confrontato con altri, tipo Numero 8 e Manfredi Anacleti, ma corrotto e squallido?
Questa è stata proprio la sfida con Stefano (Sollima), darmi la possibilità di tentare una strada diversa e sperimentare un altro tipo di personaggio, di cui sono comunque molto contento. Ti puoi ‘accomodare’ sulle cose che sai già che funzionano, invece in questo caso dovevamo trovare un’altra chiave di racconto. Si trattava di entrare in una realtà borghese molto più sfuggente dal punto di vista espressivo. E’ stato piacevole ma faticoso, anche perché ho dovuto tenere a distanza il mio giudizio.

L’onorevole Malgradi è in un certo senso un ‘personaggio di finzione’. Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?
Non è esattamente un personaggio di finzione. Non mi sono ispirato a nessuno perchè sarebbe stato limitante, penso invece che tutto il film abbia un’aspirazione epica un po’ più ampia, cioè quella di parlare di individui per poter affrontare il sistema che c’è dietro e far cosí diventare simboliche queste persone. Trovo che sia molto qualunquista il fatto di interpretare un politico nello specifico e decidere che sia di destra o di sinistra. Mi interessava invece capire che cosa spingesse una persona diventare quello che è Malgradi, quali erano i motori della sua ingordigia.

Il tuo personaggio dice verso la fine del film: ‘Uno come me, che è arrivato dove sono io nel nostro Paese, se ne fotte della magistratura! Io sono un parlamentare della Repubblica Italiana, s’attaccassero al cazzo!’. Che cosa hai odiato di più di Malgradi?
Questo è un personaggio che crede che la giustizia degli uomini non lo tocchi, che le leggi e le regole condivise non lo riguardino in quanto appartenente a una casta di persone intoccabili, secondo il suo modo di vedere. Questa è una realtà che nel nostro Paese è diventata piuttosto comune e, non dico accettata, ma riconosciuta. Qualche politico potrebbe dirlo o potrebbe averlo detta senza per questo pagarne le conseguenze. L’idea che esista la giustizia degli uomini e poi che ci sia un mondo che non ha contatti con le regole condivise penso sia esistita e possa esistere, nell’ubriacatura totale di potere che questo personaggio ha.

Tutti i personaggi del film sono guidati dall’ambizione estrema e da una ricerca di potere. Tu hai pensato che cosa saresti disposto a vendere ed eventualmente per che cosa?
Io mi sono domandato se nella mia vita, per ottenere quello che ho ottenuto, possa aver venduto qualcosa senza rendermene conto. Se fare questo mestiere mi ha portato, senza saperlo, ad avere disattenzioni nei confronti delle persone che mi stanno intorno, se non ho rispettato loro o me stesso. Me lo sono domandato fin  dalla lettura di questa storia, da quando ho saputo che avrei dovuto interpretare un uomo del genere. In qualche caso mi sono anche detto che forse, senza rendermene conto, in qualche occasione posso aver calpestato le necessità degli altri, ma senza saperlo. Ma non ho quella brama di potere.

Come si è arrivati ad una situazione politica come quella attuale?
Penso che ci siano politici di grande onestà, sia intellettuale sia pratica, nel nostro Paese e quindi non si può generalizzare. Penso che l’Italia sia un Paese che ha sempre faticato ad avere un’idea di condivisione delle regole. Non è una cosa così moderna e attuale. Siamo un Paese giovane dal punto di vista dell’unità politica e della condivisone delle regole civiche.

Guardando Roma, la tua città, con gli occhi di un politico corrotto, l’hai vista sotto una luce diversa?
Quello che ho scoperto in tutte le grandi città, come anche a Londra, è che non esiste limite al lusso. Nel momento in cui ti sembra di essere arrivato in una casa meravigliosa, perché qualcuno che ti ha invitato, il giorno dopo vieni invitato in un castello. Credo che il lusso, il privilegio e il potere non abbiano un punto di arrivo. C’è sempre qualcuno più potente e ricco di te. Immagino che Roma abbia salotti straordinari ai quali non sono invitato. Ma non faccio carte false per andarci.

Durante gran parte del film Roma è vista sotto la pioggia. Che funzione ha l’acqua?
La funzione primaria dal punto di vista fotografico è quella di distorcere tanta bellezza. Io ho sempre pensato che fosse una Roma che si specchia nelle pozzanghere e che quindi manifesta la sua parte più ombrosa, nascosta e più bella da conoscere. A me l’idea della pioggia che incombe costantemente sui personaggi affascina molto. Mi piace l’idea che possa lavare qualcosa che invece non si lava.

Qualcuno ha riscontrato analogie con La Grande Bellezza in quanto entrambi i film rappresentano una Roma decadente e corrotta.
Penso che quando un film ha successo, come La Grande Bellezza e anche Suburra, immediatamente si ha la necessità di inquadrarlo dentro una cornice. Sono due film completamente diversi e non penso che ci siano attinenze di nessun tipo tra i due. Entrambi sono ambientati a Roma, ma mostrano una Roma diversa anche dal punto di vista fotografico, sono scelte visive distinte e fanno della città un uso diverso.

C’è chi dice che in Gran Bretagna arrivino solo i film che rappresentano il peggio del nostro Paese. Addirittura in Italia c’è chi sostiene che questi prodotti cinematografici e televisivi (come recentemente nel caso di Gomorra La serie) danneggino la reputazione dell’Italia all’estero. Che cosa ne pensi di queste affermazioni?
E’ come dire che i film di Ken Loach mostrano il lato oscuro dell’Inghilterra. Ma soprattutto qual è la finalità del cinema? Deve fare da ambasciatore alle bellezze dell’Italia o deve raccontare delle storie? Con Romanzo Criminale è successa la stessa cosa (ci hanno accusati di essere quelli che davano un modello di criminalità) . Nello specifico penso che il cinema possa essere l’ambasciatore del nostro talento, non della bellezza. Mi viene difficile pensare ad un film che ha raccontato la bellezza dell’Italia. Parliamo della bellezza architettonica, monumentale, museale? Allora anche in Suburra ci sono dei momenti di Roma veramente belli. I film per cui siamo famosi, che sono ancora i film del Neorealismo, erano film che parlavano di un Paese distrutto e Andreotti diceva che i panni sporchi bisognava lavarli in casa. A distanza di 60 anni stiamo parlando ancora di queste cose? Se la funzione del cinema deve essere quella da Ente Turismo e Spettacolo si possono realizzare allora meravigliosi documentari.

Alla fine però sei uno buono che interpreta spesso la parte del cattivo. Ti occupi di molti progetti legati al sociale e ultimamente hai girato un video contro il cyberbullismo.
Non è vero però che faccio sempre il cattivo, anzi! Le persone ti associano sempre alle prime volte in cui ti hanno visto e nel mio caso si tratta di Romanzo Criminale. I film di genere hanno un impatto diverso sul pubblico per cui ci si ricorda meno delle volte in cui ho fatto il pezzo di pane. Ma ho interpretato anche Bartali e Di Vittorio (Il sindacalista di Pane e libertà), personaggi positivi che mi hanno dato lo stesso successo.
Mi occupo comunque di tutto quello al quale posso dare una cassa di risonanza. Do voce a piccole associazioni che fanno fatica a venire fuori, come un’associazione che si occupa di malattie rare, complicate da far conoscere.

 

 

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